01/01/2013 - 01:00

2009: Anno del Clima, una scommessa vinta a meta'

Il 2009 doveva essere ricordato come l'anno della vittoria globale sull'effetto serra e invece i 12 mesi che stanno per chiudersi rimarranno impressi negli annali come una scommessa vinta a meta' e, per i piu' pessimisti, come la vittoria del fallimento. Chiuso il capitolo Copenaghen, con il 15/o vertice Onu sul clima, ora si guarda al 2010.
La presenza del presidente americano, Barack Obama, e di altri 120 premier e capi di stato ha dato lustro al vertice. Da Obama il mondo si attendeva una sorta di 'miracolo' ma cosi' non e' stato. La sola presenza, pero', e' stata gia' un fatto da non dimenticare.
Il tutto ora e' rimandato di un anno con tre tappe intermedie: il 31 gennaio, quando ci si aspetta che i paesi industrializzati dichiarino i loro singoli impegni di riduzione delle emissioni; a sei mesi (dal 31 maggio all'11 giugno), quando a Bonn ci sara' un maxi-vertice per preparare il terreno alla terza e ultima tappa del prossimo anno; a Citta' del Messico, dal 29 novembre al 10 dicembre, per la 16/a Conferenza mondiale Onu. Intanto il tempo stringe. Il Protocollo di Kyoto, operativo dal 1/o gennaio 2008 scade il 31 dicembre del 2012. Un nuovo trattato e' urgente, ma che sia mondiale. Il rischio e' che se non si decide in fretta il mondo potrebbe conoscere due anni di 'far west' del clima in attesa della ratifica dell'eventuale accordo post-Kyoto. A Copenaghen, la 15/a Conferenza Onu sul clima si e' chiusa con un accordo politico siglato da Usa e paesi Basic, ovvero, Cina, India, Brasile e Sudafrica. L'Europa ha detto si' con rammarico e sofferenza. Manca tutto il mondo delle vere vittime dei cambiamenti climatici: le piccole isole del Pacifico, come Tuvalu, protagonista assoluto del vertice danese ("il nostro futuro non e' in vendita", ha detto davanti ai rappresentanti di 193 paesi il presidente del mini-Arcipelago, Apisai Ielemia) o gli Stati africani (l'ambasciatore del Sudan ha denunciato "l'olocausto" causato dal riscaldamento globale). Dura la reazione al testo di Copenaghen anche di parte dell'America Latina, con Venezuela, Cuba, Costarica e Nicaragua. E il mondo si spacca di nuovo in due: da una parte i paesi ricchi e dall'altra quelli poveri. In mezzo la linea climatica non tanto quella delle conseguenze quanto quella degli impegni di riduzione delle emissioni. Le economie emergenti, Cina in testa, con diritto di scelta se stare da una parte o dall'altra. Fallito completamente, a Copenaghen, il tentativo di mettere nero su bianco il taglio globale delle emissioni per tutti i paesi, tranne quelli non emettitori, del 50% al 2050 e dell'80% al 2050 per i paesi industrializzati. Obiettivo centrato invece per lo stop a 2 gradi, con la possibilita' nel 2015 di scendere ancora a 1,5 gradi, del riscaldamento, si' al piano per i finanziamenti a vantaggio dei paesi in via di sviluppo (30 miliardi di dollari nel triennio 2010-2012 e 100 miliardi di dollari l'anno fino al 2020), si' ai controlli biennali (con un meccanismo di registrazione) sui progetti finanziati. Il tutto pero' non e' vincolante ne' legalmente ne' politicamente. C'e' ancora una griglia vuota da riempire che e' quella degli impegni di riduzione sulle emissioni (entro il 31 gennaio 2010). Ma c'e' da superare la formula adottata a Copenaghen (mai prima in 15 anni di vertice Onu sul clima): la Conferenza ha 'preso nota' dell'Accordo di Copenaghen. Dodici punti che rappresentano una dichiarazione politica di cui si prende nota per non buttare all'aria 24 mesi di lavoro. Per due anni il mondo si era infatti preparato a questa sfida. Il 15 dicembre del 2007 a Bali, in Indonesia, la 13/a Conferenza Onu sul clima aveva messo il sigillo, con l'avallo fondamentale degli Stati Uniti, sulla ormai conosciuta road-map di Bali che aveva stabilito l'appuntamento di Copenaghen come quello ultimo per dare il via libera all'accordo mondiale per il dopo Kyoto. Ora l'orologio e' stato spostato necessariamente in avanti. Sulla scena ancora gli Usa con la loro legge su clima ed energia ferma al Senato, e la Cina che continua a crescere e che ha superato gli Stati Uniti in emissioni. Su tutti la scienza. Da una parte il 2009 lascia dubbi sui risultati dopo il 'climagate' e le lettere rubate agli esperti inglesi in cui si parla di maneggiamenti dei dati a favore del riscaldamento, dall'altra l'allarme di un'accelerazione dei cambiamenti climatici. (di Elisabetta Guidobaldi)(ANSA)
Riccardo Bandello
Editore